Oggi ti racconto la storia di una piantina. Anzi no, ti racconto la storia di un gruppo di colleghi. Anzi no — ti racconto la storia di un gruppo di amici.
Ti sarai chiesta, o chiesto, perché ti ho regalato una piantina. Certo, per ringraziarti di aver festeggiato con me. Ma il vero motivo è un altro.
Facciamo un passo indietro. Era il 2017. Lavoravo in un'azienda dove avevo finalmente ottenuto la mia prima esperienza da responsabile — un'occasione che aspettavo da tempo e che, quando è arrivata, ha portato con sé una domanda scomoda: responsabile di cosa, esattamente?
Nel mio immaginario avrei coordinato un team, con obiettivi commerciali chiari da centrare a fine anno. E invece no. Prima di tutto, avevo la responsabilità di scegliere le persone da coordinare (al mio arrivo, infatti, c'era ad attendermi un caro amico che stava cambiando lavoro e una stagista demotivata). E io, inesperta e parecchio incosciente, invece di puntare su commerciali già formati, ho scelto un team giovane, per lo più senza esperienza. Caratteri, competenze e storie diversissime. Ma una cosa in comune ce l'avevano tutti: una personalità forte. Fortissima.
Il primo incubo? Farli lavorare insieme sperando che non si accoltellassero 😊. Volevo che si contaminassero, che si supportassero, che diventassero una squadra coesa. Mi sarebbe bastato quello. Alla formazione avrei pensato io — ma lo scoglio vero era trasformare un gruppo di individualità in qualcosa di più, in un vero team di lavoro.
Così ho passato più di un anno a mediare divergenze, ad ascoltare polemiche, a riportare piedi e idee stravaganti per terra. Ho affrontato discussioni infuocate che si risolvevano puntualmente davanti a uno spritz e una ciotola di pistacchi nel bar sotto l'ufficio. E poi, quando ormai avevo smesso di aspettarmelo davvero, è successo qualcosa di inaspettato.
Quel team — contro ogni pronostico — aveva superato sé stesso. Si era trasformato in un gruppo di amici. E l'amicizia, si sa, cementifica più di qualsiasi altra motivazione al mondo.
Ma la piantina? Cosa c'entra la piantina?
Ci arrivo.
In quel periodo, una delle ragazze del team aveva ricevuto una piantina in regalo per il suo onomastico. E aveva deciso, con grande nonchalance, di abbandonarla nel mio ufficio. Le avevo detto chiaramente che ho il pollice nero, che non me ne sarei occupata, che sarebbe morta come tutte le mie piante. Mi ignorò. La lasciò lì comunque.
Morirà, pensai. La butterò.
E invece no. Quella piantina non solo non è morta — ha accompagnato tutta la nostra storia, crescendo ogni anno di più, esattamente come fa l'amicizia. Quella vera.
Vorrei dire che c'è stato un lieto fine. Ma non sarebbe del tutto onesto. Il futuro ci ha riservato un fallimento aziendale, la ricerca di nuovi lavori, allontanamenti e riavvicinamenti. E soprattutto ci ha chiesto di dire addio a un amico speciale, una persona che consideravo famiglia. Un dolore costante mai provato prima.
Ma l'amicizia — esattamente come quella piantina — è infestante. Si moltiplica. Cresce nonostante le foglie autunnali, gli sbalzi di temperatura, i vasi troppo stretti, la mancanza di attenzioni costanti. La nostra si è allargata alle rispettive famiglie, a nuovi amici diventati a loro volta famiglia, e ha continuato a moltiplicarsi in affetto, sostegno reciproco e futuro condiviso.
In tutti questi anni sono sempre stata grata di aver avuto l'opportunità di selezionare quell'armata Brancaleone. E mi sono ricordata che una volta ho regalato un rametto della mia piantina a una persona a cui tengo molto, nella speranza che la fortuna che avevo avuto fosse contagiosa — grazie proprio a quella pianta.
Così ho pensato di farlo con tutti voi. Per ringraziarvi, certo. Ma soprattutto per dirvi quanto sono felice di avervi nella mia vita. Con l'augurio che la piantina che vi siete portati a casa cresca nel tempo — come i vostri affetti, come la nostra amicizia.
Quindi vi lascio con un'unica raccomandazione: prendetevi cura della piantina. O non fatelo — tanto, come l'amicizia…quella vera, troverà il modo di sopravvivere comunque!